Coober Pedy, la più grande città sotterranea è in Australia

9 Nov , 2011  

Coober Pedy

Attraversando il deserto dell’Australia meridionale ci si potrebbe meravigliare nel trovare dei comignoli spuntar fuori dal terreno,nel bel mezzo del nulla.



Il perché è presto detto! Trattasi di un raro esempio di una delle numerose ‘underground cities’, città costruite  interamente sottoterra in cui milioni di abitanti conducono una vita del tutto normale pur rimanendo assolutamente al di fuori di ogni schema, nel caso specifico parliamo di Coober Pedy.

Esattamente al centro di un’ area desertica, la cittadina australiana ha cambiato ‘livello’ molti decenni fa e precisamente nel 1915, quando Jim Hutchinson e il figlio quattordicenne William, picconi alla mano, decisero di puntare il tutto per tutto sull’oro del luogo, ritrovandosi invece letteralmente ricoperti di opale.

È proprio questo, infatti, il vanto principale della città, da sempre considerata la capitale ufficiale degli opali, e di cui si conservano ancora intatte le antiche miniere in cui gli antenati degli attuali 3500 abitanti sudarono sette camice per estrarre il prezioso minerale.

Case (qui chiamate ‘dogout’), chiese, hotel, negozi e musei: non manca niente a Coober Pedy, se non forse per la vegetazione. Le aree verdi scarseggiano, come si può ben immaginare, ma a questa mancanza si è cercato di ovviare con il primo e unico albero presente tra strade e ‘boulevard’ veri e propri, messo insieme con vecchi rottami di ferro.

Uno stile di vita del genere, difficilmente comprensibile ai più, viene spiegato (e difeso a spada tratta!) dagli inquilini della ‘Faye’s Underground Home’‘mansion’ privata ma aperta al pubblico in cui tutti i dubbi possibili ed immaginabili riguardanti una vita vissuta sottoterra verranno dissolti, per la gioia di tutti quelli che vorrebbero essere iniziati all’ underground lifestyle.

Imperdibili, una volta scesi nel cuore del sottosuolo australiano, non solo la Catacomb Underground Church, la primissima chiesa anglicana, fondata all’incirca intorno alla metà degli anni ’70, ma anche la Dingo Fence. Non ha niente a che vedere con l’imponenza delle mura difensive di un castello, ma svolge bene il suo compito di recinzione allontana-dingo, con i suoi impressionanti 5600 km di lunghezza che ne fanno una delle palizzate da difesa più estese del mondo.

Per concludere, alla fine dell’ Italian Club Road, spicca sullo sfondo dalle calde tonalità marroncine il Big Winch, un verricello, simbolo del duro lavoro nelle miniere, dal quale si gode di una visuale a 360 gradi del territorio sovrastante la città, chiamato dagli abitanti del posto ‘Birds Eye’, per uno spettacolo da mozzare il fiato.

Foto: by whale05



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